Comune di Gambasca

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Le masche di Gambasca

Foto in bianco e nero di un panorama stregonesco (click per ingrandire)

Nel 1495 l'inqusitore Vito De Beggiami condannò per mascaria nove donne della Valle Po, quattro di queste erano di Gambasca: CATERINA BONIVARDA, CATERINA BORELLA, BILIA DEI GALLIANI, GIOVANNA COMETTA.

Dagli atti processuali rinvenuti presso il Comune di Rifreddo emergono molti particolari relativi alle vicende di Caterina Bonivarda, moglie di Bonivardo dei Bonivardi, e Caterina Borella, detta "fornaia" moglie di Giovanni Borelli.

Caterina Bonivarda

Era diffusa la pubblica voce che Caterina fosse eretica e apostata da diversi anni, ossia che fosse una masca. Ella inoltre si sarebbe messa al servizio di un demone, di nome Costanzo, venerandolo.

Durante il processo a suo carico Caterina viene interrogata più volte, ma continua a negare tutte le accuse che vengono mosse contro di lei. Quando l'inquisitore le domanda se "avesse mai saputo quale arte e quali mali solevano fare le masche" lei risponde sempre in modo negativo. Così l'inquisitore si convinse che non vi fosse altro mezzo se non la tortura per smuovere l'accusata dalle sue reticenze.

Le legarono le mani dietro la schiena e, dopo averla sollevata da terra, le diedero tre strattoni, una volta subiliti Caterina chiese di essere deposta e confessò ogni verità circa i crimini di cui era accusata. Dichiara di essere masca, della setta delle masche, da quattro anni circa.

Caterina racconta che, scontenta della sua vita, aveva invocato più volte il demonio che alla fine era apparso nella forma di "un uomo di mediocre età e statura, vestito di nero, con calzari e cappuccio neri, con la faccia bruna ovvero livida".

Il demone era solito condurla nelle gravere del Po, con le altre masche, a danzare. E' qui che Caterina incontrava le altre masche di Gambasca. Là, insieme, si congiungevano carnalmente coi rispettivi demoni e ripetevano il rito sacrilego di spregio della croce.

Caterina racconta che, in occasione della Pasqua, su istigazione del proprio demone, le masche avevano conservato le ostie consacrate della messa e durante la loro riunione notturna le avevano colpite con verghe fino a sbriciolarle. Questo rito sembra avesse la finalità di acquisire la capacità di suscitare tempeste.

Durante un interrogatorio di gruppo, a cui prese parte anche Caterina Bonivarda, le donne accusate raccontano all'inquisitore di aver ucciso il figlio di francesi di Martiniana e di averne esumato il corpo la notte successiva. Cossero il bambino nell'acqua e ne misero da parte il grasso per ungere i loro bastoni. Poi fecero salsicce delle sue carni e e se le divisero e mangiarono fra di loro, dandone anche ad altri.

Caterina confessa di tenere nascosto nel paglieriggio del suo letto "un bastone della grossezza di un pollice e della lunghezza di circa un raso" che aveva ricevuto in dono del demone. Si racconta che questi bastoni servissero alla masche per volare.

Per l'inqusitore vi sono tutti gli elementi per rimandare Caterina Bonivarda al braccio secolare.

Caterina Borella

Fra gli accusatori di Caterina Borella, Giaffredo Moine di Gambasca raccontò all'inquisitore delle minacce ricevute dalla donna, a causa di una disputa per della legna. In seguito a tali minacce il figlioletto di 18 mesi di Giaffedo muore improvvisamente. Il cadaverino appariva "tutto squassato e nero sul costato" e presentava "il segno di una mano".

Di Caterina Borella si raccontava "che andasse alla corsa" , per corsa si intende probabilmente "corsa per l'aria" ossia il volo.

Sta di fatto che durante gli interrogatori a cui è sottoposta Caterina Borella confessa una serie incredibili di delitti: spregio della croce, rinnegamento di Dio, del battesimo e della fede, rifiuto della Messa e dell'acqua benedetta e dell'ostia consacrata (che la donna doveva sputare), assunzione del demone "come signore e maestro", con relativa fedeltà ed ubbidienza e "rapporti sessuali a posteriori".

Anche Caterina Borella racconta di riunioni stregonesche che si tenevano nelle gravere del Po e, in particolar modo, sotto una quercia.

Caterina Borella fu interrogata e sottoposta a tortura per 17 giorni, quando confessò venne condannata in quanto "apostata, eretica e masca" e affidata al braccio secolare per l'esecuzione della pena di morte.

 

Non sappiamo se le donne siano state realmente bruciate sul rogo, non se ne ha notizia negli atti processuali. Vogliamo sperare che possano essere intervenute situazioni particolari che hanno salvato le condannate dal loro triste destino.




Ultima modifica pagina: 21/07/10 10:56 - Autore: admin

 


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